L'orologio
(un racconto)
Olivia e Carlo arrivarono ansanti con il loro ingombro di bagagli, sacche e borse, di ritorno dai tre giorni trascorsi a Capri.
“Ma come è possibile portarsi tanto…”.
“Avrò sentito questa frase milioni di volte”.
“Ed io ho sentito questa miliardi, portale tu ‘ste valige”.
“E fattelo tu il bucato, guarda te lo cedo vole…”, Olivia si bloccò appena entrata, fissando interrogativa l’orologio a parete: “ma non erano passate le dieci?”.
L’orologio segnava le 9 e 28.
Anche Carlo rimase sorpreso, ricordava di aver visto in auto, appena parcheggiato, l’orologio sul cruscotto segnare le 22 e 14. Olivia aprì la finestra, posò la busta con i resti del pranzo che avrebbero consumato di lì a poco e controllò sul cellulare l’orario: segnava le 22 e 28. Lo mostrò a Carlo.
“Va un’ora indietro quindi”.
“Che significa che va un’ora indietro?”.
“Che le pile si stanno scaricando, immagino”.
“Ma se le hai cambiate neanche un mese fa. E poi giusto un’ora esatta?”.
“Perché se erano due ore e 22 minuti cambiava qualcosa? Piuttosto vedi se abbiamo delle pile nuove. Altrimenti è l’orologio e dobbiamo sostituirlo”.
“Noooo”, in un lampo di sconforto Olivia aveva ricordato tutto il tempo e le difficoltà che ci erano voluti per sceglierlo. L’orologio doveva rispondere alle istanze estetiche di entrambi, cosa non affatto semplice, essere in armonia con l’arredo circostante della cucina, frutto anch’esso di un lungo quanto articolato compromesso tra esigenze estetiche, funzioni e desideri (lui sognava un frigorifero a due ante che facesse anche il ghiaccio mentre lei non avrebbe potuto rinunciare ai fornelli a induzione, al forno pirolitico, all’isola con gli sgabelli e la cappa che pendeva dal soffitto), e corrispondere alle sue di funzionalità, segnare l’ora giusta, evitando rumori molesti, perché poche sono le cose che possono provocare inquietudine come il ticchettio di un orologio o il gocciolare di un rubinetto nella solitudine di un appartamento, e su questo erano d’accordo entrambi. Vietati gli orologi digitali, per ottimizzare la visibilità il quadrante doveva essere chiaro, mentre scuri dovevano essere gli indici con numeri arabi, grossi numeri arabi, la minuteria ben evidente e le sfere, tutti luminescenti affinché anche di notte l’orario potesse essere leggibile al buio. E intanto che cercava le pile Olivia sentiva un senso di agitazione accrescerle dentro e con una certa smania apriva e chiudeva cassetti, gli stessi cassetti, un trambusto di carte e cartelline e fogli frugando con le mani nel mobile in soggiorno mentre Carlo era andato a posare i bagagli.
“Che combini?”.
“Cerco le pile”.
“Hai visto in quel cassetto? Oh, mi senti? Hai visto in quel cassetto?”.
“Non ci sono”.
“E allora si devono comprare. Dai vatti a lavare che così mangiamo qualcosa e poi a nanna, che domani devo svegliarmi presto”.
“Quanto presto?”.
Si alzò dal letto che mancava un quarto d’ora alle sei, stanca di rigirarsi tra le coperte dopo essersi svegliata quando il cellulare di Carlo aveva iniziato a suonare. Lo invidiava, Carlo. A differenza sua, quando era lei a doversi alzare prima, lui dormiva beatamente. Il suo orecchio sapeva quando non ascoltare, sapeva distinguere le suonerie diverse e filtrare quella che non gli competeva evitando di suggerire al cervello che era il momento di alzarsi. Una fortuna che lei non aveva. Così come gli invidiava la capacità di riaddormentarsi in un attimo, quando gli succedeva di svegliarsi o doversi alzare, come l’altra notte a Capri. Erano quasi le tre e un rumore di vetri infranti li aveva svegliati di soprassalto. I ladri? Da un po’ c’erano furti in tutta la zona, anche se solitamente ti entravano in casa quando non c’era nessuno. Carlo andò subito verso la cucina, ma era solo il gatto dei vicini che, in terrazzo, aveva fatto cadere da un tavolo un vaso. Il tempo di andare in bagno, poi nel letto e un attimo dopo già dormiva. Lei, invece, ancora alle prese con l’agitazione seguita allo spavento, si era messa a pulire e a cercare un altro vaso e un po’ di terreno per travasare le petunie affinché non morissero, poi si era infilata nella doccia per pulirsi dal terreno e dal sudore e quasi due ore dopo era tornata al letto per rimanere sveglia a immaginare: se invece fossero stati i ladri, cosa avremmo fatto?
Si affacciò in cucina, Carlo era già uscito e la macchinetta del caffè era pronta sul fornello, l’orologio segnava regolarmente le sei e cinque. Si stropicciò gli occhi e guardò meglio. Vide un piccolo segno nero sul quadrante, si avvicinò e iniziò a fissarlo. Ma da quando c’è?, si interrogò, possibile che non ci abbia mai fatto caso? E neanche Carlo, a meno che non abbia fatto finta di non vederlo o di dirmelo. Quel senso di inquietudine della sera prima si palesò nuovamente. Ma poi come è possibile che adesso cammina regolarmente se le pile sono scariche? Allora vuol dire che è l’orologio a non funzionare? E poi quel segno nero? Le venne il dubbio di aver sognato tutto, e mentre sorseggiava il caffè se ne stava quasi convincendo, se non avesse trovato un bigliettino sul tavolo in soggiorno: Ricordati che stasera siamo da tuo fratello. Ci sentiamo dopo. Ps. Le prendo io le pile.
Si mise una mano sulla fronte e poi si aggiustò i capelli, era la sua reazione che accompagnava le parole “me ne sono proprio dimenticata, della cena da Arturo”.
Sbuffò, immaginando cosa sarebbe accaduto quella sera, Linda avrebbe preparato uno dei suoi piatti perfetti, con soli prodotti di stagione amorevolmente cucinati, uno sformato di cavolo, una zuppa di biete con crostini, una passatina di ceci con gamberetti, no, forse i gamberetti no, e dove li trova dei gamberetti che non siano di allevamento, e poi cavoli e biete sono di stagione? Non credo proprio, in ogni caso, dopo cena, Arturo e Carlo sarebbero andati nello studio a guardarsi la partita o chissà cos’altro tranquillamente seduti sul divano a sorseggiare qualche vino francese mentre io e Linda avremmo sparecchiato, riempito la lavastoviglie e giocato con i bambini fino al momento di metterli al letto, ed infine, sorseggiando una tisana dalle infinite e sconosciute erbe, digerenti e rilassanti, avremmo parlato del più e del meno – a Capri tutto bene? Avete messo la barca a mare, vero? Ti vedo benissimo, hai preso un po’ di colore… – fino ai saluti finali: non c’era motivo, quindi, di sentirsi scocciata e annoiata, e poi lei adorava i bambini, anche se aveva l’impressione di non essere ricambiata del tutto, di essere tra le zie, l’unica dal lato paterno, quella meno amata, e alla mente le tornarono decine di episodi vissuti con i nipoti che dimostravano questa sua sensazione, che si alternavano ad altre decine di cene e ricette: come quella volta che Linda fece le pernici arrosto. Le pernici? A Napoli? E dove le aveva trovate? Secondo me erano colombi. Che schifo, ci ha fatto mangiare dei colombi. E Carlo che la difendeva sempre. Le mancò il fiato e a bocca aperta inspirò profondamente, si era fatta rapire dai ricordi e dall’immaginazione. Fissò nuovamente l’orologio, erano solo le sei e dieci. Tirò un sospirò di sollievo, ma fu solo un attimo. Si rammaricò di non aver contato i suoi pensieri, posto che si riesca ad avere la lucidità che occorre. Provò a ricostruire il loro filo e il loro flusso, ma si perse. Avrebbe voluto dividerli per il numero di minuti intercorsi. In barca a Capri, per via di un racconto che leggeva, aveva interpellato il cellulare e l’intelligenza artificiale le aveva risposto che un essere umano ha dai 6 ai 70 pensieri ed oltre al minuto. La trovava una stima per difetto, e leggere che numeri maggiori indicavano condizioni di stress o overthinking l’aveva messa di cattivo umore. Che significa che penso troppo? Si era incantata nuovamente, guardò l’orologio alla parete. Sei e undici. Si poteva vedere da tutta la zona giorno della casa. L’aveva messo su una parete in cucina che permetteva di guardare l’ora sia dal soggiorno, attraverso la porta, sia appena si usciva dal disimpegno che separava la zona notte, la camera da letto e il bagno padronale. Era a lei che serviva, Carlo era dotato di uno smartwatch da cui non si separava mai tranne quando dormiva, lo poggiava sul comodino, o quando faceva la doccia, lo metteva sul lavabo del bagno. S’affacciava un presentimento, una apprensione che non poteva spiegare, come non poteva risolvere al momento il fatto che la sera prima, appena tornati a casa, avessero trovato l’orologio che procedeva regolarmente, ma in ritardo di un’ora. Che gli era preso a quell’orologio? Era un segno? E di che? E si ricordò di nuovo del segno nero che, da dove si trovava, seduta sul divano in soggiorno, non riusciva a vedere.
Si avvicinò e scattò una foto con il cellulare e la inviò a Carlo: Cosa?, le rispose.
Il segno nero.
Quale segno nero?
Quello vicino al 3.
Non vedo nessun segno nero.
Effettivamente, non si vedeva nessun segno nero. Provò a rifarla, poi ancora una volta ed ancora e ancora, facendo attenzione a mettere a fuoco quando si avvicinava troppo all’orologio, ma niente, non riusciva, quel piccolo segno nero vicino al 3 non si vedeva. “Sono negata!” imprecò.
Erano le 23 quando Carlo parcheggiò l’auto sotto casa. Olivia fece attenzione a guardare l’orologio sul cruscotto e chiedere conferma a suo marito: “Funziona, vero?”.
“Si si. Sai, era proprio buona la parmigiana di zucchine cotta in forno”.
“Cosa?”.
“La parmigiana di zucchine di Linda, buona no?”.
“Si si, dai, andiamo”.
Quando entrarono nell’appartamento, Olivia, come sempre, guardò l’orologio in cucina e rimase immobile sotto l’arco della porta d’ingresso.
“Che fai Olivia?”
“Guarda”, e gli indicò l’orologio. Segnava le 9 e 4 minuti.
“Cristo”, bisbigliò Carlo, “ho dimenticato di comprare le pile”.
“Ah perché secondo te sono ancora le pile”.
“In che senso? Ma cosa sono quei graffi, lì, sul numero 3?”.
“Quelli li ho fatti io”.
“Tu?”.
“Si si per togliere quel segno nero”.
“Quale segno nero?”.
“Quello che non si vedeva nella foto che ti ho mandato stamattina. Avrò strofinato troppo forte con la pezza, ma che razza di vetro è?”.
“È plexiglass, mica vetro zaffiro”.
“Si ok, ma ora come te lo spieghi?”.
“Ma cosa?”.
“Va due ore indietro. Ieri una, oggi due ore, è preciso nel suo ritardo”. Armeggiava con la borsa cercando il cellulare.
“Ma sarà una coincidenza, che vuoi che sia”.
“Coincidenza?”.
“E poi chi ti dice che siano due ore o una, è un orologio analogico, ha le lancette, potrebbe essere in ritardo di 13 o 14 ore”.
“Potrebbe, certo. A proposito di probabilità, hai mica sentito Agnese?”.
“Che c’entra ora Agnese?”.
“È l’unica oltre noi ad avere le chiavi di casa”.
“Ah quindi secondo te, la donna delle pulizie, quando viene, si diverte a spostarci le lancette dell’orologio?”.
“Perché non può essere?”.
“Maddai”.
“Appunto”.
“Appunto che? Guarda come l’hai rovinato, invece, guarda quei graffi, ora invece delle pile dovremo comprare un orologio nuovo”.
“Tanto non funziona”.
“Domani compro le pile e così vedi se non funziona”.
Mentre Carlo si cambiava, Olivia rimase a fissare l’orologio pensando a quella che suo marito aveva chiamato una coincidenza e che per lei era inequivocabilmente un segno premonitore di qualcosa di malaugurato. Altrimenti come spiegarsi quel senso di agitazione che sentiva sempre più opprimente? Se non con quello che chiamiamo sesto senso e che nel suo caso, si ripeteva, non sbagliava mai?
Nella casa a Capri non aveva voluto orologi di nessun tipo. Amava perdersi in quella sensazione di dilatazione del tempo che si stirava, o s’arricciava nel passaggio dalla luce al buio e viceversa, al tramonto o all’alba, quando era troppo presto o troppo tardi per far qualcosa. Lasciava che il passato con i suoi ricordi, il presente con i suoi affanni e il futuro immaginato si fondessero in un unico orizzonte. Rare le uscite, per qualche passeggiata o per qualche cena fuori, in qualche ristorante o a casa di amici, quasi mai in alta stagione, quando praticamente viveva rinchiusa e se ne stava in giardino oppure usciva in barca con Carlo per un po’ di tintarella integrale. Solo in alto mare, a distanza di centinaia di metri da qualsiasi essere umano e solo dopo un paio di bicchieri di vino si concedeva questa piccola trasgressione, come diceva lei. Non in giardino, alla vista dei suoi vicini, tantomeno al lido, dove peraltro non andava quasi mai, annoiata da chi lo frequentava. Non era pudore, ma vergogna estetica che provava. I suoi seni, un affioramento appena impercettibile con un capezzolo che era poco più di una rosea screziatura, la imbarazzavano. Tanto che il sabato precedente in barca, mentre Carlo trafficava con maschere e pinne, si scoprì dire: “Che ne pensi, forse è ora che vada da un chirurgo plastico?”, suo marito aveva fatto spallucce e si era tuffato in mare per la pesca subacquea. Odiava il segno del costume che, sulla pelle abbronzata, si intravedeva sul petto o sulla schiena quando indossava un abito scollato, quindi prese il solito bianco frizzante, sciapo e beverino, lo versò in un calice e iniziò a bere, prima di spogliarsi e mettersi con un po’ di crema protettiva al sole. Erano solo le nove e mezza del mattino, ma Olivia non poteva saperlo. Non beveva quasi mai, non amava il sapore dell’alcol né la sensazione che si prova ad essere brilli, nel suo caso bastavano un paio di bicchieri, dopo tre poteva finire sotto al tavolo o sotto un cameriere. Lo usava, l’alcol, quando le serviva, come in quel caso. Si era languidamente assopita al sole leggendo quel libro di racconti comprato al mattino quando sentì una specie di clacson e delle urla provenire da lontano. Si alzò sul busto, si sporse con una mano sugli occhi per cercare di capire. Vide a un centinaio di metri una barca venire nella loro direzione, e su quella barca una donna sbracciarsi urlando i loro nomi. “Oliviaaaa, Carlooooo”.
Li riconobbe, erano Giorgio e Federica, una coppia di amici capresi, probabilmente con figli al seguito. Olivia si ricordò di Carlo, immerso da qualche parte lì attorno, e si sollevò velocemente, con un braccio si copriva i seni, quel poco che c’era da coprire, con l’altro faceva ampi gesti di fermarsi mentre gridava. Quando furono fermi e Carlo spuntò, Olivia si rimise il costume, chiedendosi se avevano visto le tette. I bambini erano rimasti al lido con la nonna, almeno questo, pensò Olivia, e passarono la giornata insieme chiacchierando al sole. Olivia ci riuscì con altri bicchieri di vino, supportati dal cibo che le evitò di finire sbronza. Riusciva a sorridere e persino muovere il capo in segno di assenso, mentre con la testa vagava altrove, quando Federica l’aggiornava su tutti i più recenti pettegolezzi capitati e raccontati al lido. Era capace di mantenere una minima presenza a sé stessa che le permetteva di collaborare a qualche mansione come apparecchiare o sparecchiare. Solo per un momento si era destata completamente dal suo sonno ad occhi aperti, quando aveva ascoltato un discorso tra Carlo e Giorgio, sulla percezione del tempo che trascorre, come stava leggendo in quel racconto prima di addormentarsi. Giorgio si lamentava amaramente dei figli, completamente assoggettati all’intelligenza artificiale, alle nuove tecnologie, ai social, che li rendevano diversi nei comportamenti rispetto a loro. D’altronde è sempre stato così, aggiungeva, vale per noi cresciuti con la televisione o per i nostri genitori con un semplice orologio. Continuava parlando di un esperimento di cui aveva letto recentemente, che a partire dagli anni ’60 era stato ripetuto nel tempo. Si trattava di rinchiudersi in una grotta, illuminata solo con luce artificiale, tenuta sempre accesa, senza orologi. Con il trascorrere dei giorni, cambiavano le abitudini. L’uomo poteva rimanere sveglio per 36 ore di fila, riposare per 12 oppure dormirne 30 con la sensazione di aver fatto un pisolino, il cibo poteva essere assunto tre volte al giorno dopo lunghi digiuni. La percezione del tempo si increspava, ai partecipanti, infatti, a mano a mano che passavano i giorni, si chiedeva di contare a voce i secondi. Quel conteggio ogni volta diventava sempre più lento, fino a impiegare tre minuti per contarne uno. Una volta usciti, di conseguenza, pensavano di essere stati rinchiusi per meno giorni di quanti in realtà erano effettivamente passati. Risolse dicendo che, di conseguenza, quello che crediamo essere il nostro tempo, anche e soprattutto quello interiore, è quello degli altri, della società, mediato da un orologio. Siamo meccanizzati anche noi. Per finire, aggiunse “chi si era fatto chiudere in quella grotta da solo, aveva iniziato con il tempo ad avere problemi di solitudine e di linguaggio, fino ad arrivare alle soglie della pazzia, ma a quel punto veniva tirato fuori”. Fu in quel momento che gli sguardi di Carlo e Olivia si incrociarono. Si fissarono per un tempo indefinito e Olivia ne fu turbata. Vide, negli occhi di Carlo, una passione che non ricordava. La passione di un uomo che uccide o quella di chi fa l’amore. O forse anche lui, come Olivia, malediceva quei due che li avevano rapiti alla loro giornata. Quando tornarono a casa, la luce serotina della luna illuminava il giardino, ebbri fecero l’amore come non facevano da tempo.
Ed era a questo che pensava Olivia in metro, la stessa in cui si trovava il protagonista di quel racconto argentino che stava leggendo in barca. Dal libro passò al racconto di Giorgio e da lui all’orologio in cucina che la sera prima era in ritardo di due ore o quattordici come avrebbe detto Carlo. Troppe coincidenze, doveva venirne a capo. Per questo aveva disdetto gli appuntamenti con dei clienti, annullato la riunione con i colleghi e prendendo un permesso era uscita prima dal lavoro. Perché se c’era una logica, l’orologio a casa si sarebbe dovuto fermare per ripartire 3 ore dopo o forse 15, alternative a queste non ce ne erano, almeno secondo i ragionamenti di logica che si era fatta al mattino in ufficio. Altro che coincidenze, doveva solo esserci nel momento in cui l’orologio si sarebbe fermato e avrebbe deciso sul da farsi: che era capire cosa diavolo l’orologio o chissà chi le volesse dire. Uscita dalla metro aveva letto un messaggio di Carlo, le scriveva che sarebbe stato impegnato in un lungo meeting, e che dopo aveva un appuntamento con Luca per un aperitivo in un posto non distante dall’ufficio di Olivia, che avrebbe potuto raggiungerlo per tornare insieme a casa in auto. Dopo un altro paio di calcoli, si convinse di non potercela fare oltre al fatto che non voleva. E non voleva dirgli nulla della sua uscita anticipata dal lavoro, per non impensierirlo o allarmarlo inutilmente. Provò a chiamarlo ma non era raggiungibile. Gli lasciò quindi un messaggio vago: Non so se riesco, se per le 8 non sono arrivata vuol dire che ci vediamo a casa, per cena.
Appena arrivata, alle 16 e 30, l’orologio funzionava perfettamente con le lancette al loro posto, così come le aveva aggiustate Carlo la sera prima. Bene, ancora non era successo, pensò.
Alle 21 e 30, quando Carlo arrivò, trovò l’appartamento immerso nel buio e nel silenzio. Immobile, tese l’orecchio ma non sentì nulla. Dopo aver posato il soprabito e la valigetta, mise il cellulare che si era spento a caricare, e guardò l’orologio in cucina fermo alle 17:30. Aveva finalmente preso le pile e le sistemò sul tavolo. Alle 22, con i capelli bagnati e l’accappatoio, si versò un bicchiere di scotch e si fermò a guardare con una certa soddisfazione la lancetta dei secondi che girava regolarmente, e pensò che i graffi, in fondo, si vedevano solo da molto vicino. Aprì il forno e non vi trovò nulla, sbirciò nel frigo sconsolato, si accomodò sul divano e si mise ad aspettare.


